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Santa Maria In Regola

Santa Maria in Regola a Imola

SANTA MARIA IN REGOLA a Imola

Arte e Fede – 17 febbraio 2013

incontro organizzato dall’Azione Cattolica di Imola per l’Anno della Fede

Questa è la seconda parte  della conferenza itinerante che ci ha portato a visitare alcuni luoghi sacri che testimoniano la fede cristiana a Imola.

In questa tappa siamo entrati a Santa Maria in Regola a Imola, dove abbiamo cercato di “vedere” cose nuove, insolite, per chi visita questi luoghi.

Chiostro: il chiostro a cui si accede dall’ingresso di via Cosimo Morelli è il cosiddetto “secondo chiostro” e risale al XVII secolo, anzi, più precisamente, al 1° luglio 1634, giorno di apertura del cantiere per l’inizio di lavori di ristrutturazione del complesso edilizio di Santa Maria in Regola a Imola, che era in condizioni precarie.

Il convento imolese dipendeva direttamente da quello di Bologna di San Michele in Bosco, e infatti fu proprio l’abate generale padre Angelo Maria Cantoni che “risolse di rinnovarlo alla forma che si vede oggi”. I lavori vengono portati a termine presumibilmente intorno al 1639, grazie a lasciti di vari benefattori e con l’aiuto del convento di Bologna, pensando “a honore di Dio, honorevolezza della città, e comodo dell’una e dell’altra parte“. 

Al chiostro si accede da un ingresso il cui portale è probabilmente di costruzione posteriore al chiostro stesso, ma che nel timpano reca il simbolo degli olivetani, ovvero i tre monticini, derivato dai benedettini, di cui gli olivetani seguono la regola (il complesso delle norme con le quali generalmente il fondatore disciplina gli obblighi degli appartenenti a un ordine religioso o a una congregazione) con qualche caratteristica propria.

Qui il simbolo degli olivetani è molto stilizzato, e infatti in pittura e nei libri compare più articolato, con una croce sul monte centrale (come i benedettini) a cui si aggiungono rami di ulivo su quelli laterali. I monti sarebbero il riferimento a Monte Oliveto Maggiore, per gli olivetani, dove c’è la casa madre, che manteneva l’emblema anche nei monasteri che da essa derivavano.

Un’interpretazione più spirituale di questo “stemma parlante” ci viene data dal monaco olivetano Mauro Puccioli, che morì a 88 anni nel 1650 dopo una vita virtuosa e santa; studioso di filosofia e di lettere interpretò così il simbolo degli olivetani: “i monti si riferiscono a Monte Oliveto Maggiore – luogo di fondazione degli Olivetani –  e poichè le montagne sono luoghi silenziosi e solitari, essi sono adatti alla preghiera, ma essendo anche dure da scalare indicano gli sforzi che bisogna fare per arrivare a Cristo; la croce indicherebbe la meditazione sulla passione di Cristo; mentre i ramoscelli di olivo (dal nome del monte di origine), un po’ inclinati e carichi di frutti, indicano che il cristiano deve fruttificare nella chiesa per il bene del prossimo, ma deve rimanere umile. Inoltre l’ulivo, che di natura non tollera altre piante vicino a sé, simboleggia la povertà e anche la castità, per via del suo legno che resiste alla corruzione”.

Quindi già all’ingresso erano indicati i principi di vita di coloro che nel chiostro trovavano il luogo per la meditazione e la vita ritirata.

Il chiostro, infatti, è completamente cinto da mura, su cui si sviluppano gli altri locali del convento; un lato, quello sud, è costituito dal portico di accesso, mentre negli altri tre lati gli archi sono stati tamponati.

Il chiostro del convento di Santa Maria in Regola a Imola è architettonicamente ben strutturato, con i volumi ritmati dagli archi, dalle lesene di ordine gigante (cioè che si sviluppano nei due piani) appoggiate su alti plinti, dalle finestre alternativamente con timpano triangolare e curvilineo, ma con i chiaroscuri morbidi, dai dai leggeri aggetti delle varie modanature, elaborate attraverso lievi scarti planimetrici. Il paramento murario, compatto e liscio, è arricchito dagli elementi in arenaria delle cornici delle finestre e degli archi, dei capitelli    e dei basamenti delle lesene. Era consuetudine che i committenti di chiese e palazzi ornassero, arricchissero le facciate degli edifici a pubblica testimonianza della loro ricchezza e del loro ruolo politico e sociale, e nella regione emiliana, ma in particolare nel bolognese, povera di pietre pregiate, ma ricca di “macigno” e laterizio,  si alternavano questi due materiali costruttivi a disposizione in abbondanza per ottenere effetti cromatici e movimentare i volumi.

Un elemento richiama la nostra attenzione: la formella in terracotta sotto le finestre, con raffigurato il cervo. La presenza dell’elemento decorativo della rosetta con drappo e nastro è tipica dell’artista Ercole Fichi (1595-1665), per cui si potrebbe ipotizzare che sia sua l’ideazione dell’apparato decorativo del chiostro, per la quale però non sono stati ancora trovati documenti precisi. Gli storici giustamente vedono nelle tre stelle a sei punte e nel cervo accosciato delle formelle alternate i simboli araldici della famiglia Cantoni, ovvero dell’abate bolognese che diede impulso al rinnovamento dell’edificio monastico e che volle così lasciare il segno della sua opera.

Iconograficamente il cervo è simbolo della prudenza, in quanto, essendo molto agile e con sensi molto acuti, è molto prudente nel tenersi lontano dai suoi inseguitori. E la Prudenza è una delle quattro virtù cardinali (insieme a giustizia, fortezza e temperanza). Già note ai filosofi antichi, in particolare a Platone, presso il cattolicesimo le virtù cardinali, denominate anche virtù umane principali, riguardano essenzialmente l’uomo e costituiscono i pilastri di una vita dedicata al bene. Riguardano l’animo umano (differenti dalle virtù teologali – fede, speranza, carità – che invece riguardano Dio) regolando la condotta in conformità alla fede, nonchè alla ragione.

Dunque il cervo diviene elemento iconografico non solo decorativo ma anche di fede, in un ambiente dedicato alla meditazione e alla preghiera.

Nel sottoportico, nell’angolo di accesso al monastero, vi sono frammenti di affreschi che raffigurerebbero “storie di San Sigismondo”.

La vista guidata prosegue all’interno della chiesa di Santa Maria in Regola a Imola.

Nell’altare a sinistra è collocato un grande dipinto su tela raffigurante “LA NATIVITA’ DELLA VERGINE“, ed è l’unico dipinto che ha conservato il suo posto su un altare della chiesa rinnovata.

Questa pala è datata 1626 e firmata da Antonia Pinelli, pittrice dalla fisionomia artistica molto chiara, che fu allieva di Ludovico Carracci  e che nelle opere dipinte, prima del suo matrimonio con il pittore Giovanni Battista Bertusio, si firmava “virgo“. Negli ultimi anni il suo stile andò progressivamente assimilandosi a quello del marito, per cui le opere potrebbero essere attribuite all’uno o all’altra. 

Nel dipinto l’autrice segue pedissequamente l’iconografia diffusa della natività della Vergine, che vede generalmente rappresentata la scena in una stanza con sullo sfondo la madre Anna distesa dopo il parto e assistita dalle levatrici, mentre in primo piano Maria appena nata viene lavata dalle donne.

Nei Vangeli non c’è alcun riferimento a Maria prima dell’annunciazione, così il riferimento storico è la Leggenda Aurea, che narra anche dell’incontro tra Gioacchino ed Anna e della presentazione di Maria al tempio. Scene che rispettivamente precedono  e seguono quella della natività nelle raffigurazioni delle storie di Maria.

La stanza appare ben arredata, con bel letto a baldacchino e con asciugamani con pizzi, con il bacile metallico a terra riccamente lavorato, a testimoniare che Gioacchino era un uomo abbiente. Ecco allora che l’ambientazione rende il dipinto uno spaccato della vita dell’epoca, facendone una importante fonte storica.

Due donne portano cibo e bevande ad Anna per rifocillarla dopo il parto. Le due donne potrebbero essere Ismeria, sorella di Anna, e la figlia Elisabetta, cugina più anziana di Maria e madre di Giovanni Battista, che posa una mano sul seno, o in altri dipinti sul ventre, come segno della sua straordinaria maternità.

Nel piatto che una delle donne porge a Sant’Anna sono poste due uova: l’uovo era simbolo della rinascita e in ambito cristiano divenne simbolo della resurrezione di Gesù. Qui le due uova indicano la rinascita, perché con la nascita di Maria, prescelta da Dio, comincia il compimento del disegno di salvezza.

La scena della natività di Maria continuò a essere rappresentata per tutto il XVII secolo, nonostante il Concilio di Trento tendesse a eliminare dalla tradizione cristiana gli elementi apocrifi ed ebbe fortuna soprattutto in Germania.

Maria e San Giovanni Battista sono gli unici Santi di cui si celebra non solo la morte (cioè la nascita al regno dei cieli) ma anche la nascita in questo mondo. La natività di Maria viene celebrata l’8 settembre, e la celebrazione dell’evento introdusse alcune elaborazioni nella raffigurazione, quali ad esempio gli angeli che scendono dal cielo sulle nubi per assistere all’avvenimento. Qui portano una corona di fiori, o meglio di rose, (fiore sempre associato a Maria  e simbolo dell’amore che trionfa), rosse (simbolo di carità) e bianche (simbolo di purezza virginale), quindi con chiaro riferimento a Maria.

Nel dipinto la luce viene da sinistra, davanti alla scena, e la pervade, mettendo in risalto le figure con morbidi passaggi chiaroscurali e sottolineando la pacatezza dei gesti e la serenità della scena, nella quale non compaiono uomini.

Ancora all’interno di Santa Maria in Regola  a Imola troviamo un dipinto dell’Urbinate Carlo Paolucci (1738-1803) raffigurante “CRISTO LIBERA SANT’ANTONIO ABATE DAI DEMONI“, giudicato “quantunque moderno” e che comunque dimostra grande impegno e disposizione del giovane pittore, per il buon disegno e per il bel colorito.

Il Santo è raffigurato come un monaco anziano con barba bianca e vestito con la tonaca da frate con cappuccio, nella sua funzione di padre del monachesimo. La croce bianca a forma un T (la lettera greca tau) deriva dall’antico geroglifico egizio in cui era simbolo di immortalità, perciò diviene simbolo di vita ed è l’emblema di Sant’Antonio abate, che visse nel deserto egiziano. Ai piedi del Santo vi è il campanello, altro suo emblema, e accanto è appoggiata una stampella sempre a forma di T, forse per richiamare l’assistenza a zoppi e infermi che i monaci medievali praticavano. Gli attribuirono molte guarigioni durante un’epidemia della malattia che poi prese da lui nome di “Fuoco di Sant’Antonio” (ecco la fiamma a destra). Sant’Antonio Abate è qui raffigurato con un’iconografia insolita, poco diffusa, rispetto a quella del Santo in piedi con il maialino vicino.

La scritta in latino nelle pagine del libro aperto recita: “SI VIS PERFECTUS ESSE, VADE, VEBNDE QUAE HABES ET DA PAUPERIBUS, ET HABEBIS THESAURUM IN CAELO; ET VENI , SEQUERE ME“, che è il racconto del giovane ricco nel vangelo di Matteo, l’insegnamento di Gesù che Sant’Antonio visse alla lettera. 

Un altro dipinto è di Antonio Belloni, forlivese, e rappresenta “MADONNA CON BAMBINO E LE SANTE FRANCESCA ROMANA E GERTRUDE“, databile alla fine del ‘700. Il Villa, storico e scrittore imolese, afferma che la pala fu ordinata da un abate olivetano particolarmente devoto a Santa Gertrude, in sostituzione di un quadro preesistente, Il dipinto fu collocato in chiesa dopo la ristrutturazione morelliana.

Santa Gertrude è a destra, contraddistinta dal bastone priorale e dal cuore infiammato con l’immagine di Gesù Bambino. Santa Francesca Romana, invece, è a sinistra, riconoscibile per un angelo vestito con la dalmatica di diacono che su di lei poggia la mano, e per il vestito nero con mantello bianco, suoi attributi, e per la Madonna con Bambino al centro del dipinto. La Madonna sembra avere in mano le frecce spuntate simbolo della vittoria sulla malattia, dato che Francesca Romana si dedicò ai lebbrosi.

Concludendo possiamo dire di aver visto come nell’arte nulla è lasciato al caso, e come essa sia sempre segno della devozione e della fede, e come sia importante conoscere le basi del linguaggio dell’arte religiosa per riconoscere i personaggi, le storie, gli autori e i committenti che con le opere d’arte hanno parlato, e ancora parlano, di fede, di storia e soprattutto di uomini e di Dio.