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Clarisse a Imola

Clarisse a Imola: il convento e la chiesa

CLARISSE A IMOLA: IL CONVENTO E LA CHIESA

Anno della fede 2013- AC Imola- ARTE E FEDE

Incontro itinerante del 7-4-2013  

Il convento delle Clarisse a Imola ha subito alterne vicende, legate soprattutto alla vita della città.

Le monache di Santa Chiara si erano stabilite a Imola all’inizio del XIII secolo, e risiedevano in un convento fuori porta d’Alone, che ben presto divenne troppo piccolo, per cui ebbero dispensa da Papa Alessandro V di unirsi alle consorelle benedettine nel vicino monastero di Santa Maria e S. Stefano in Diaconia, o Zagonia. Da un atto del 1265 risulta che le monache erano ben 40. Ma anche questo monastero fu distrutto nel 1315 per esigenze belliche, e per molti anni quasi nulla si sa di queste suore, fino al 1359, quando un rogito testimonia che le suore comprarono alcune case di proprietà delle Suore di S. Maria della Carità in via Gambellara, cioè l’attuale via Cavour, dando origine all’attuale complesso monastico. Il convento delle clarisse di Imola fu costruito nel 1359, mentre la posa della prima pietra della chiesa dedicata a S. Stefano fu fatta nel 1377.

 Il complesso conventuale delle Clarisse a Imola, come lo vediamo oggi, risale però al 1749 per la parte sul fronte stradale, e al 1770 per la parte verso est e la trasformazione fu attuata secondo il progetto dell’architetto Domenico Trifogli (1675 – 1759), molto attivo in città, e alla cui scuola si formò il nipote Domenico Morelli, padre di Cosimo (1732 – 1812). Nel 1704 Imola offrì a Domenico Trifogli l’importante lavoro di ristrutturazione della cripta della cattedrale. Da quel momento fino alla metà del secolo, egli lavorò intensamente in città, realizzando importanti opere civili e religiose: il palazzetto dei Conti Codronchi in prossimità della Rocca, il rifacimento della chiesa e del monastero del Carmine, Palazzo Tozzoni ed il monastero delle Clarisse a Imola. 

Il convento delle clarisse a Imola è riservato alla clausura, e la facciata, che possiamo vedere, lascia capire che l’edificio era nato come convento: struttura massiccia e con le finestre piccole.  Ciò non toglie, però, che la costruzione abbia un suo fascino nel ritmo delle aperture e degli elementi architettonici, pur presentando un assetto asimmetrico della facciata: il portale carrabile a tutto sesto, dalla cornice semplice, dilata lo spazio del piano terra fino a fondersi con il largo marcapiano comprendendo il mezzanino, caratterizzato dalle piccole finestre  quadrate con lo sguincio obliquo che rende la loro luce interna ancora più piccola, a sottolineare la riservatezza dei locali all’interno.

Ma la peculiarità di questo edificio è la teoria di balconcini uguali che costituiscono l’unico elemento in vero e proprio rilievo nella facciata: la forma cubica delle balaustre conferisce austerità agli elementi architettonici e a tutta la facciata, come se essi fossero lì per esternare il rigore e il silenzio della vita che si svolge all’interno. Austerità appena mitigata dal vezzo dei profili a metà concavi e convessi delle mensole di sostegno, che con la punta, quasi in un gesto estremo di slancio verso l’esterno,  cercano un appoggio sul marcapiano, che li unisce e sostiene quasi impassibile da più di duecento anni.

 Nel convento delle  Clarisse a Imola, la chiesa è dedicata a Santo Stefano, invece, fu costruita su disegno di Cosimo Morelli da Domenico Petrocchi e dal figlio Pietro, dei quali, però, non si hanno notizie biografiche.  Il Villa dice che “ha una cupola assai snella”: essa è nascosta da un alto tamburo, ma  è sormontata da una lanterna cilindrica, molto allungata e coperta a sua volta da un cupolino. Le quattro finestre della lanterna sono come grandi monofore a tutto sesto, che fanno da pendant all’apertura del vicino campanile. 

Giovanni Antonio Villa, profondo conoscitore del patrimonio storico artistico imolese, nel suo manoscritto del 1794, in cui esprime sempre i gusti personali e non lesina giudizi, alla pagina 418 ci lascia una descrizione della facciata della chiesa di S. Stefano, dicendo che è “a due ordini con un inutile frontespicio al primo cornicione; gli ornati di sasso, che l’abbelliscono cioè i capitelli particolarmente sono infelice travaglio d’un’infelice scarpellino di Casolavalsenio, che se fossero stati trattati un po’ meglio avrebbero fatto miglior riuscita ed effetto”.

Il giudizio del Villa, quindi, è di disapprovazione per la qualità degli ornati della facciata, realizzati in pietra arenaria scolpita, a creare un effetto di contrasto con la superficie uniforme della facciata.

La facciata sporge leggermente dal piano della parete del convento, che pure ha continuità con essa nel proseguimento del marcapiano sotto i balconcini e dell’altro marcapiano sotto lo spiovente. Essa poi è suddivisa in due parti orizzontalmente dal cornicione con dentelli, molto sporgente, su cui poggia  “l’inutile frontespicio” del Villa, ovvero quel grande timpano a tutto sesto che, pur aumentando la monumentalità dell’ingresso della chiesa, crea una frattura nella verticalità della facciata, che si ritrova, oltre che nelle dimensioni, anche nella corrispondenza degli elementi architettonici: colonne semiaddossate e paraste al piano terra, e colonne semiaddossate e paraste nella parte alta, portale con timpano sotto e finestrone rettangolare con timpano  sopra, uniti da una ideale continuazione. 

Il timpano del finestrone è curvilineo come il frontespizio, e il finestrone ha una cornice con forma simile al portale, quindi il rimando di forme geometriche tra un elemento architettonico e l’altro crea rispondenza reciproca e quindi dà unità alla facciata.

Lo stile dei capitelli è un po’ anomalo e forse per questo il Villa non li apprezzò: in basso sono di ordine ionico a cui hanno aggiunto il festone barocco; in alto alle volute ioniche con gli ovoli al centro hanno aggiunto una fila di foglie d’acanto, tipiche dell’ordine corinzio o composito.

Conferiscono invece una certa eleganza alla facciata i festoni che scendono dalle grosse volute di chiusura della facciata superiore per fondersi essi stessi in volute che morbidamente si appoggiano al cornicione sottostante, per raccordare la parte superiore della facciata, più stretta, con quella inferiore, più larga, a causa del dilatarsi dello spazio interno nella due ampie cappelle laterali.

Nel timpano del portale la decorazione pare interrotta al centro,  infatti i due festoni con la frutta non si uniscono e restano appesi nel vuoto; ma al centro è ancora piantato un grosso gancio, che testimonia l’antica presenza di uno stemma, o di un monogramma, o di un altro oggetto oggi scomparso.

 

All’interno la chiesa delle Clarisse a Imola è ad una sola navata, che si dilata nella parte centrale per comprendere due grandi cappelle laterali sottese da due archi a tutto sesto che fanno anche da sostegno alla grande cupola centrale, e trasformando lo spazio in una pianta centrale. Essa è decorata con cerchi concentrici di rosoni in lacunari ottagonali, disposti a righe alternate e realizzati in modo prospettico, infatti si rimpiccioliscono verso l’alto, così da creare un moto ascensionale verso la lanterna, fonte di luce e simbolo della luce divina.

Molto ricco è in generale l’apparato decorativo, realizzato in parte con pittura e in parte a stucco. 

Come nella cupola, anche nella volta semisferica del presbiterio il maggior volume è ottenuto con una decorazione dipinta a lacunari ottagonali, ma qui di forma più regolare.

Più ortodosso rispetto all’esterno è lo stile architettonico realizzato nei cornicioni e nei capitelli in stile corinzio.

La dominanza dei colori bianco e azzurro riporta allo stile neoclassico adottato dall’architetto, ma l’abbondanza di elementi decorativi, specialmente negli altari laterali, tradisce ancora qualche reminiscenza barocca.

I puttini sono del riminese Antonio Trentanove, gli stucchi  di Domenico Trifogli e del milanese Felice Magistretti.

Tutti gli altari  di questa chiesa sono stati realizzati dai fratelli Ignazio e Cassiano Dalla Quercia, che il Meloni, nel 1834, dice avessero fama di essere gli “inventori” degli altari in scagliola a finto marmo, tanto la loro arte raggiunse la perfezione. (Della Quercia Cassiano XVIII secolo). Marmorino, scagliolista attivo ad Imola, Bologna e Ancona. Cassiano della Quercia opera sovente insieme al fratello Ignazio; dalla loro fiorente bottega escono piani in scagliola policroma di raffinata esecuzione, come il noto paliotto nella chiesa di Sant’Agostino a Imola raffigurante “Santa Monica”. Bibliografia: 2006: “Cassiano Della Quercia”, AbacuSistemArte, a cura di Paolo Cesari, cod. 57927.)

Originariamente nell’altare maggiore vi era una pala di Ludovico Carracci (1555-1619) raffigurante “La Madonna con il Bambino, S. Stefano, S Francesco e S. Chiara”. Padre Serafino Gaddoni lo attribuiva al Cavedoni (1577- 1660) e riporta la notizia che il quadro scomparve nel 1796 in seguito agli interventi e soppressioni napoleoniche, quando anche il convento fu fatto sgombrare per essere adibito a ospedale.

Nell’altare di sinistra vi è una “Adorazione dei pastori” di un certo Garbieri, mentre nell’altare di destra vi è una tela con San Francesco, opera di Carlo Xella, pittore del XIX secolo, di cui nemmeno il Meloni dà notizie biografiche.