Palazzo Rosetti Petrucci ora Fabbri a Forlì

Palazzo Rosetti Petrucci ora Fabbri a Forlì

CONFERENZA del 15 nov 2012 alla sede di Città e Cultura, in piazza Matteotti a Imola

Il Palazzo Rosetti Petrucci sorge nel centro storico di Forlì e con la sua facciata neoclassica si inserisce prepotentemente sul corso Garibaldi. Il prospetto è semplice nella scansione delle finestre che caratterizzano ogni piano e non lascia presagire la ricchezza e bellezza dell’interno, a cominciare dall’androne d’ingresso che, un po’ in sordina, introduce il visitatore nel cortile principale.

Questo cortile è circondato su tre lati dai corpi di fabbrica dell’edificio e, nel quarto lato, è chiuso da un alto muro di confine su cui si arrampicano edere di vario tipo che incorniciano con un fitto intreccio sempreverde il quadro naturale.

Nel silenzio del luogo questo giardino appare come un’oasi fra le case, con le varie essenze vegetali che scandiscono il susseguirsi delle stagioni, quando tutto sembra ancora fermo all’800. Così troviamo le filiformi palme “trachycarpus”, il cui nome sta a indicare le foglie simili a grandi mani, entro aiuole di margherite gialle e sassifraghe (bergenia crassifolia), contornate da vasi di agave variegata, poi gerani in fiore, camelie rosse, bianche e rosa, gelsomino, ortensie, yucche, due grandi orci in terracotta con rigogliose crassule che affiancano una panchina in legno per i momenti di relax. 

Palazzo Rosetti Petrucci - il cortile interno

In una vasca in pietra a forma circolare nuotano timidamente molti pesci rossi che, come mi è capitato di vedere, si radunano in superficie quando il proprietario si avvicina per dar loro molliche di pane o altro mangime. L’atmosfera del luogo è resa ancora più suggestiva dalla presenza di silenziose tartarughe di terra, della specie italiana e protetta “testudo hermanni”, che sono ormai “di casa” da molti anni.

L’occasione per conoscere palazzo Rosetti Petrucci è stata per me il restauro della “galleria barocca”, così chiamata per gli stucchi che la ornano e per la sua forma allungata. È un ambiente rettangolare (di 15 metri di lunghezza, largo 2 metri e 60 centimetri e alto 4,80 metri). Essa funge da collegamento tra il corpo principale (prospiciente il corso) e l’ala laterale dell’edificio (prospiciente il cortile) ed è illuminata da 5 finestre esposte a sud – est, e per la sua particolare illuminazione è stata a lungo chiamata anche “giardino d’inverno”.

La galleria è rimasta l’unico ambiente barocco di palazzo Rosetti Petrucci che ormai si presenta in forme neoclassiche, avendo subito una radicale trasformazione nei primi anni del XIX secolo.

La galleria nella forma barocca fu voluta nel ‘700 da Ludovico Bernardino Rosetti, prelato dell’inquisizione, appartenente alla famiglia dei conti Rosetti, che hanno abitato il palazzo Rosetti Petrucci dal 1556 a metà dell’800. Il Palazzo Rosetti Petrucci andò poi in eredità ai Petrucci finché l’attuale proprietario non lo acquisì nel 1967. Proprio per l’eccezionalità della galleria barocca il palazzo Rosetti Petrucci fu dichiarato “d’interesse particolarmente importante” con Decreto Ministeriale l’8/1/1986, a firma del professore Giuseppe Galasso, storico napoletano, allora sottosegretario. 

La galleria appariva come un corridoio un po’ trasandato, con la tinteggiatura scrostata nei punti di maggior usura e contatto, annerita dai fumi e dalla polvere. Si presentava dipinta in monocromia sui toni del blu, con i fondi delle pareti e del soffitto di un colore più scuro bluastro, gli stucchi e le cornici bianche, le porte murate, i sopraporta e i soprafinestra in azzurro.

Un esame più attento permetteva, però, di rilevare la bellezza delle cornici in stucco, dal modellato raffinato e in ottimo stato di conservazione, l’armonia dello spazio scandito da lesene, porte e finestre.

Dalle lacune della tinteggiatura affioravano tracce di decorazioni dipinte in corrispondenza delle porte murate, e tracce di marmorini gialli e verdi nelle cornici e nelle lesene. Soprattutto la galleria necessitava di un restauro per quanto riguardava il ripristino della cromia originaria, poiché non presentava altri problemi particolari di consolidamento o lacune che ne alterassero l’aspetto. Del resto la galleria era stata per oltre 30 anni “dominio incontrastato” dei tre figli dei proprietari, che vi avevano giocato, studiato e anche fatto musica.  

La galleria è parte di un edificio abitato quotidianamente, e per questo in passato fu corredata di termosifoni, collocati sotto le finestre. Precedentemente era stato messo un termosifone, chiaramente diverso dagli altri, in corrispondenza della prima porta murata che in occasione del restauro è stato rimosso in quanto disturbava molto sia per l’ingombro fisico, sia per la visione delle decorazioni.

In fase di progettazione del restauro sono stati eseguiti alcuni sondaggi di scopritura, per verificare la cromia originaria in tutti gli elementi decorativi, e si è potuto appurare che all’inizio del ‘900 tutto il soffitto era stato ricoperto da una rasatura in malta cementizia, stesa molto probabilmente per arginare la formazione di crepe, e che era stato ritinteggiato con il colore blu, simile a quello originario che però era più chiaro, forse per simulare il cielo aperto del “giardino d’inverno”. Sempre con i sondaggi si è verificato che tutta la galleria era stata oggetto di un altro intervento complessivo di manutenzione già nell’800, con il quale tutte le pareti e alcuni elementi decorativi (sopraporta e soprafinestra) erano stati tinteggiati di un colore verde.

Era difficile appurare a priori se un intervento così pesante fosse stato fatto per un cambiamento di gusto o per nascondere lacune più estese; era però evidente che quando all’inizio del secolo fu rifatto il pavimento, tutto lo zoccolo battiscopa era stato rovinato e ricostruito con cemento. Poiché questo corpo di palazzo Rosetti Petrucci funge da raccordo tra l’edificio principale e l’ala sul cortile, poteva essere, anche in passato, soggetto a dilatazioni e contrazioni, assestamenti che, essendo diversi tra le due costruzioni principali, orientate diversamente, portava alla formazione di crepe e cavilli. Ciò giustificherebbe le varie manutenzioni a palazzo Rosetti Petrucci).

Le due cornici ottagonali, poste al centro delle pareti lunghe, certamente ospitavano dei quadri su tela, poiché era ancora visibile sul fondo biancastro della parete l’impronta polverosa del telaio ligneo; i dipinti furono asportati in passato e a tutt’oggi non se ne conosce la destinazione (probabilmente molto lontana da palazzo Rosetti Petrucci).

Il restauro è cominciato con la scopritura meccanica, eseguita con il bisturi, di tutti gli elementi architettonici e decorativi, operando differentemente secondo le zone, infatti, ad esempio, gli stucchi si pulivano meglio a secco, mentre nelle pareti era tecnicamente più agevole inumidire la superficie con poca acqua.

A poco a poco il lavoro si è animato per la scoperta del colore rosa nelle pareti, dei marmorini gialli nelle cornici delle porte e delle lesene, dei marmorini verdi nelle lesene e soprattutto per la scoperta dei paesaggi collinari e lacustri rispettivamente nei sopra porta e sopra finestra. 

Tutti i paesaggi sono stati scoperti a bisturi con lama sempre molto affilata per ridurre al minimo la pressione sulla superficie pittorica. Palazzo Rosetti Petrucci - paesaggio nella galleria barocca Poi il restauro pittorico è stato eseguito con piccole velature ad acquerello per ricucire la decorazione senza coprire i resti dell’originale. Vediamo gli altri 3 sopraporta dopo il restauro.

Nei soprafinestra i paesaggi sono di altezza ridotta perché le finestre arrivano più vicine al cornicione, e raffigurano viste marine con canneti e barche.

Le barchette sono un elemento che consente una datazione più precisa delle pitture con paesaggi, poiché la loro forma le colloca in un ben preciso periodo storico.

Queste barchette sono state identificate con la lancia o lancetta, un’imbarcazione molto diffusa in Adriatico da Cervia-Cesenatico fino alla Puglia.

Queste barche si costruivano tra la Romagna e le Marche, con struttura di quercia e fasciame di larice, e da alcuni documenti del Sei e Settecento si nota che scafi molto simili a questi erano comuni sulla costa romagnola. Le barche più piccole, attrezzate con un albero solo erano più propriamente indicate come lancette.

L’immagine mostra la barchetta di uno dei paesaggi: la forma è allungata e con i bordi bassi e il fondo piatto, cioè adatta ad una navigazione lungo la costa e lagunare. Gli stessi paesaggi mostrano una costa bassa con canneti e altra vegetazione.

Un elemento architettonico della galleria che appare quanto mai anomalo è la cornice delle porte, con le modanature piatte, non tondeggianti, e la sagoma lineare e sobria.

Ci sono esempi vicini a noi di come nel ‘700 lo stile potesse essere un po’ diverso: nelle porte dell’appartamento a piano terra di Palazzo Tozzoni ad Imola, costruito nel 1734, dove attualmente c’è la biglietteria, la sagoma è a tratti curvilinea e con le modanature più aggettanti. Quelle della galleria sembrerebbero porte in stile cinquecentesco, e potrebbe essere anche accettabile come ipotesi, dato che la famiglia Rosetti abitò l’edificio fin dai primi anni del XVI secolo. Sull’impianto cinquecentesco potrebbero aver inserito gli stucchi e i paesaggi quando nel ‘700 il prelato Ludovico Bernardino Rosetti, abitando in questo palazzo, fece eseguire i numerosi lavori di abbellimento.

Anche la tenda raffigurata nelle porte murate è un elemento che nei secoli successivi al ‘500 non fu più usato, ma il cui utilizzo come elemento compositivo è ben testimoniato dalle raffigurazioni cinquecentesche su maiolica (piatto urbinate datato 1532 e intitolato “la moglie di Anfiarao dal figlio uccisa” oppure la raffigurazione di una scena domestica con donna che allatta in una tazza di servizio da puerpera del XVI secolo. 

 

 

La Maiolica era prodotta per occasioni speciali, ma anche per l’uso quotidiano, quindi è una tecnica artistica fra le più immediate perché di pronto utilizzo e perciò rispecchiante più direttamente il gusto di un periodo. 

Anche la tecnica pittorica usata per la realizzazione di queste finte porte è sembrata anomala, poiché non si tratta di affresco nonostante alla vista gli assomigli molto, in quanto il colore è di grosso spessore e steso su una preparazione rossa. La tecnica potrebbe essere quella della pittura a olio su muro: il Vasari (Arezzo 1511 –Firenze 1574) nel descrivere l’operato di Sebastiano del Piombo (1485 –1547) per preparare una pittura su muro, Palazzo Rosetti Petrucci - una delle porte murate dipinteci dice che “…faceva l’arricciato grosso…faceva poi spianare con la mescola di calcina fatta rossa…”.

Non sono state eseguite analisi chimiche, ma il colore potrebbe essere a olio, poiché è con pennellata corposa, è lucido e con la pulitura, si è rivelato estremamente resistente all’acqua. Questa tecnica fu probabilmente usata anche più avanti negli anni, ma fu generalmente poco diffusa.

La tecnica pittorica ed alcuni elementi stilistici farebbero datare i dipinti al XVI secolo circa, ma la dottoressa Maria Cristina Gori, ispettrice onoraria della Soprintendenza per Forlì, attribuirebbe i dipinti al pittore Angelo Zaccarini, quadraturista e paesista di origine bolognese, che ha abitato e lavorato  a Forlì attorno al 1750, ad esempio opera sua sono le decorazioni murali a palazzo Savorelli.

Diversi ci paiono lo stile e la tecnica esecutiva delle finte porte e dei paesaggi sopra porte e finestre: le tinte sono più tenui, il colore sottile e con pennellate finissime, e steso su una base bianca di calce e sarebbero perciò settecenteschi.

L’evidente diversità fra i dipinti potrebbe far pensare che appartengano effettivamente a due epoche diverse.

Con il restauro la galleria barocca di Palazzo Rosetti Petrucci ha riacquistato la sua spettacolarità, nella scansione dei volumi, nei giochi di luce, e nei toni caldi delle tinte che impreziosiscono i decori facendoli risaltare; si presenta nelle fattezze originarie, i cui particolari compositivi e stilistici ci consentono di avanzare ipotesi e di aggiungere un tassello alla storia di palazzo Rosetti Petrucci, che all’inizio dell’800 conobbe una nuova fase di lavori di abbellimento, tra cui la realizzazione delle decorazioni del soffitto a piano terra in cui la tripartizione dettata dalle travi è stata superata dalla geometrica suddivisione dello spazio che, nel rimando preciso di linee e motivi ornamentali, acquista unità decorativa. Palazzo Rosetti Petrucci - soffitto a piano terra

Molto interessante è l’iconografia di questo soffitto di palazzo Rosetti Petrucci, che nei quattro angoli, entro tondi, ha raffigurate le stagioni, mentre al centro dei lati, entro ottagoni, ha raffigurati i continenti. Al centro del soffitto, raffigurato in un tondo, vi è un carro trainato da leoni. Anche qui lo studio iconografico per identificare il soggetto della raffigurazione è molto importante: i leoni del traino stanno ad indicare che la figura femminile sul carro è Cibele, antica divinità frigia (della Troade), identificata con la madre-terra, che governava l’intera natura; ecco il legame con le stagioni e i continenti. Sul capo ha una corona di foglie verdi, suo colore caratteristico. Sul bordo del carro compare la scritta “FECIT ANNO 1836”, che ci data inequivocabilmente le decorazioni.

Partendo con l’analisi delle raffigurazioni dei CONTINENTI, possiamo dire che l’artista ha seguito un’iconografia molto diffusa e che fa capo a incisioni cinquecentesche. I continenti raffigurati sono l’Europa, l’Africa, l’Asia e l’America, cioè sono solo 4, perché l’Oceania, quinto continente, che comprende l’Australia, la Nuova Zelanda, e alcune isole di Polinesia, Melanesia e Micronesia , fu colonizzato dagli Spagnoli, poi da Olandesi, Francesi Inglesi e Americani solo a partire dall’800, anche se era già stato scoperto secoli prima. Un sinonimo di Oceania è, infatti, Continente Nuovo. Per questo non compare nell’iconografia dei Continenti.  Le raffigurazioni che troviamo in questo soffitto sono del tutto simili a quelle di Castel Velturno, nei pressi di Bressanone, in Trentino Alto Adige, la cui costruzione risale al 1578, anno d’inizio dei lavori, e che fu dal XVI secolo residenza estiva dei vescovi di Bressanone, a cui apparteneva quel territorio già dal 1027, per investitura imperiale.

Palazzo Rosetti Petrucci - l'Africa Palazzo Rosetti Petrucci - America Palazzo Rosetti Petrucci - Asia Palazzo Rosetti Petrucci - Europa

Nella Andere Cammmer sono raffigurati i Quattro Continenti, secondo l’iconografia olandese riprodotta nelle incisioni del 1581, perché in Italia non vi era ancora una tradizione per questo soggetto, che si diffuse solo con le illustrazioni dell’edizione del 1603 dell’”Iconologia overo Descrittione Dell’imagini Universali cavate dall’Antichità et da altri luoghi” di Cesare Ripa (Perugia metà XVI secolo – Roma 1622),  già edita nel 1593 senza immagini.

L’Europa è una figura femminile riccamente abbigliata, con la corona sul capo, perché considerata la regina del mondo, e quindi superiore agli altri continenti. La cornucopia con i frutti è simbolo della fertilità dei campi, mentre le armi sono simbolo della supremazia militare del continente.

Nell’incisione l’iconografia segue la descrizione di Plinio riportata sotto quasi alla lettera, in cui l’Europa è “Quamvis praecipuae terrae partium minima, magis camen est, quam reliqua, habitata et populosa, nec minus etiam culta” cioè è “Per quanto sia la più piccola delle parti di terra straordinaria, è più musa (camena è Musa, simbolo dell’ispirazione poetica), invece che abbandonata,  abitata e popolosa e non meno anche colta.

L’Asia, “pars orbis maxima” (nell’incisione) è vestita in modo più semplice rispetto all’Europa, ed ha come copricapo un turbante con un velo, ed è adornata di gioielli. A terra compaiono un altro turbante e una scimitarra. Nell’incisione compaiono anche i cammelli carichi di merci (carovana, perché il cammello è il suo animale caratteristico), presenti anche nel castello, mentre qui l’iconografia è stata ancora semplificata. 

L’Africa in questo soffitto è con carnagione scura, ma riprende l’iconografia cinquecentesca quasi alla lettera: indossa solo un drappo ma ha un cappello per ripararsi dal sole. A terra compaiono l’arco e la faretra con le frecce, suoi particolari attributi. Nell’incisione, e nella raffigurazione del castello, compaiono anche leoni ed elefanti, e indigeni, caratteristici dell’Africa, mentre qui il paesaggio è stato semplificato alle sole montagne e agli alberi.

L’America è raffigurata con una corona di piume e abbigliata con un drappo. In mano ha un giavellotto piumato e volge lo sguardo a due pappagalli appollaiati sull’albero che forniscono le piume per l’abbigliamento indiano, come risulta dall’iscrizione dell’incisione usata come modello. Anche qui l’iconografia semplificata non trascrive gli indigeni nudi e le capanne tipiche di quei luoghi, che invece sono raffigurati con dovizia di particolari nella fonte, che la definisce “ AMERICA fuit BRESILIA, vel NOVUS ob immensam vastitatem ORBIS … Viri et foeminas nudi agunt. Nisi ex plumis psittacox quib. abundat…” (America fu Brasile, o Nuovo Mondo per via dell’immensa vastità… gli uomini e le donne si muoverebbero nudi, se non fosse per le piume di pappagallo che sono in abbondanza).

Nell’iconografia dei continenti è stata sempre riscontrata una certa gerarchia, che vede prima l’Europa, poi l’Asia, continente ricco e civilizzato ma senza gli attributi del campo della cultura, l’Africa, selvaggia e incivile, e infine l’America, ultima a causa della sua tardiva scoperta. Nel nostro soffitto la gerarchia viene rispettata se lo guardiamo dal centro con il tondo di Cibele dritto: per prima vediamo l’Europa, quindi nell’ordine, in senso orario, le altre.

In questo soffitto al piano terra di Palazzo Rosetti Petrucci, quindi, viene ripresa l’impostazione a ottagoni che troviamo nel castello di Velturno, ma più regolari e con i lati non paralleli alle cornici esterne; rispetto al castello è più fedele alla fonte perché ne rispecchia più precisamente l’impostazione grafica, mentre nel castello le figure sono speculari rispetto alle incisioni, essendo però più fedeli nei particolari.

Nei tondi agli angoli del soffitto sono state raffigurate le Quattro Stagioni, la cui iconografia ebbe una sorprendente continuità dal XIII secolo fino al XVIII. Non è casuale che siano inscritte in un cerchio, perché il cerchio è il simbolo dell’eterna rinascita, che si manifesta ogni volta a primavera dopo la dormienza, l’apparente morte dell’inverno. Le stagioni sono anche legate alle età dell’uomo (nascita-primavera, maturità-estate, vecchiaia-autunno, morte-inverno) e nell’antichità erano associate ad animali (ariete-primavera, leone-estate, toro-autunno, serpente-inverno). Fu nel medioevo e nel rinascimento che si cominciò a rappresentarle attraverso i mestieri agricoli (semina-primavera, mietitura-estate, vendemmia-autunno, caccia-inverno) da cui derivano gli attributi iconografici di ciascuna di esse, ovvero donna giovane adornata di ghirlande di fiori per la primavera; spighe di grano e dalla falce per l’estate; l’autunno aveva grappoli di uva e foglie di vite; paesaggio ammantato di neve e vecchio imbacuccato per l’inverno. Durante il rinascimento fu ripreso l’uso antico di rappresentare le stagioni con le divinità pagane, così la primavera era Venere, dea dell’amore e della fertilità, o Flora, antica dea italica della primavera; l’estate era Cerere, dea greca dell’agricoltura legata soprattutto al grano; l’autunno era Bacco, divinità connessa al vino; e l’inverno era Bòrea, vento del nord della mitologia greca, oppure Vulcano, dio del fuoco.

Palazzo Rosetti Petrucci - le stagioni la piano terra

Qui l’iconografia è perfettamente rispettata: la primavera è una figura femminile con il capo adornato di fiori e regge un vaso di fiori, mentre altri fiori e alberi con molte foglie le stanno intorno; l’estate è donna seminuda con i seni scoperti come simbolo di abbondanza e reca spighe di grano e frutta; l’autunno è un uomo con corona di uva e foglie di vite sul capo nell’atto di preparare l’uva per la pigiatura; l’inverno è un vecchio che si scalda col fuoco di un camino con riferimento a Efesto, dio del fuoco. 

A voler fare ancora un paragone con il Castello di Velturno, possiamo vedere come nelle stagioni del castello l’iconografia si stacchi dalla raffigurazione puramente simbolica, per divenire raffigurazione scenica. La fonte per le stagioni è ancora un gruppo di incisioni cinquecentesche che, insieme ad altre erano state raccolte in volumi dall’incisore Philipp Galle (1537-1612). L’estate raffigura la mietitura, con anche, in primo piano, sotto l’albero, l’angolo per il riposo. Questo particolare è presente anche nell’opera analoga di Peter Bruegel il Vecchio (1568-1625, pittore fiammingo) (I mietitori, 1565, NY Metropolitan Museum). Nella raffigurazione dell’inverno, ancora ripresa in Bruegel il Vecchio, l’attività è all’interno di una casa, dalla cui porta si intravede il paesaggio imbiancato, in cui i toni grigi rendono bene la rigidità della stagione. Spesso queste pitture divengono veri e propri spaccati di vita quotidiana dell’epoca e perciò fonti storiche importanti. Palazzo Rosetti Petrucci - il soffitto della camera da letto

Tornando al nostro palazzo Roseti Petrucci, al primo piano, in una camera da letto, vi è un altro soffitto in cui sono raffigurate le quattro stagioni, ma in modo ancora più schematico: all’interno di ottagoni con fondo grigio-azzurro (tipicamente neoclassici) sono dipinte figure femminili che si distinguono ciascuna per il corredo iconografico che la caratterizza e che ci consente inequivocabilmente di ricondurle alle quattro stagioni. Qui anche l’inverno, solitamente figura maschile, è una giovane donna, seduta vicino a un fuoco.

Palazzo Rosetti Petrucci - le stagioni nella camera da lettoPalazzo Rosetti Petrucci - la Vittoria

Interessante è anche l’immagine nel tondo centrale in questa decorazione a palazzo Rosetti Petrucci: la figura femminile alata era nota agli antichi greci e romani ed era la personificazione della Vittoria; la versione romana fu la fonte delle antiche rappresentazioni dell’angelo nell’arte sacra cristiana. Qui appare nell’atto di distribuire rose e fiori e potrebbe simboleggiare la Fortuna, o meglio il “Buon Augurio” nella camera nuziale, e sarebbe un’iconografica indicata per questa sala che probabilmente era una camera da letto anche in passato; le rose sono un fiore molto comune e apprezzato nell’800, e qui sostituirebbero i frutti e la cornucopia della iconografia più classica. A carattere profano è ancora il tema dei due ottagoni vicino al centro disposti sull’asse più lungo del soffitto: essi raffigurano una donna sul carro trainato da cigni da una parte e trainato da colombe dall’altro, e secondo l’iconografia, sarebbe Venere, in entrambi i casi, e potrebbe essere un gentile riferimento alla sposa. Infatti spesso i cicli decorativi venivano commissionati per le occasioni importanti, quali i matrimoni. Palazzo Rosetti Petrucci - soffitto dipinto al primo piano

 

 

Un ultimo pensiero va ad un altro soffitto, sempre al primo piano di Palazzo Rosetti Petrucci, in cui mi pare rilevante la raffigurazione centrale: una giovane donna incide in una lapide la scritta “MARCO ROSETTI GIOVANNA PALMEGGIANI ROSETTI MDCCCXX”: probabilmente è celebrativa dell’unione dei due, e nello stesso tempo ci informa dell’anno (1820) e dell’autore delle decorazioni (Giovanna Palmeggiani), che sarebbe la stessa donna citata, che, dotata artisticamente, avrebbe eseguito molte decorazioni nell’edificio.

Palazzo Rosetti Petrucci - la Fama Palazzo Rosetti Petrucci - paesaggio dipinto al primo piano

Iconograficamente la figura femminile rappresenta la Fama, secondo lo schema più classico: essa infatti regge con la mano sinistra la tipica tromba lunga e dritta, mentre a terra c’è la corona di alloro. La presenza della lira con ramo di alloro a destra del riquadro ci richiamerebbe Calliope, musa della poesia epica che talvolta compare, però, anche con la tromba, e che regge lo stiletto per scrivere, e a terra ha il cartiglio arrotolato e la corona d’alloro.  Per me con questa raffigurazione la pittrice ha voluto celebrare le proprie doti artistiche e culturali.

In questo soffitto di palazzo Rosetti Petrucci compaiono anche sei piccoli quadretti con paesaggi, dal tratto raffinato e in perfetto stato di conservazione, che sarebbero da considerare come opere d’arte autonome. Vi troviamo anche un paesaggio invernale, ma gli altri paesaggi, per ciò che raffigurano, oltre che per il loro numero, non ci consentono di ricondurli alle quattro stagioni.

Così concludo questa visita virtuale all’interno di Palazzo Rosetti Petrucci che, con la sua storia passata, vive una gloriosa storia nel presente per la sensibilità e la cultura di chi vi abita e di chi, per sua fortuna, ha l’occasione di frequentarlo.

 

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