Chiesa di Sant'Agata

Chiesa di Sant’Agata a Imola, opera dei Gesuiti

CHIESA DI SANT’AGATA A IMOLA

Anno della fede 2013 – AC Imola – Conferenza itinerante del 17-02-2013

Questa è la prima tappa del primo incontro itinerante alla scoperta dei luoghi della fede a Imola, che, dopo una breve introduzione storica nella sala incontri della chiesa del Carmine, ci porta a visitare la chiesa di Sant’agata, in via Cavour 70, per poi proseguire nella vicina chiesa di Santa Maria in Regola. Chiesa di Sant'Agata

La chiesa di Sant’Agata a Imola è una chiesa gesuita.

Quando i Gesuiti vennero a Imola, la difficoltà maggiore fu reperire un luogo adatto che fosse sufficientemente grande da contenere una chiesa, i locali per la vita comunitaria, le aule scolastiche, un cortile e i servizi necessari.

La scelta cadde su Sant’Agata e sulle case annesse, che, nel 1592, dal consiglio generale dell’Ordine venne dichiarata luogo adatto alla costruzione della chiesa e del convento.

I Gesuiti divennero gli educatori della gioventù imolese; infatti l’educazione religiosa e l’istruzione dei giovani erano un pilastro della loro attività e a tale scopo costruirono nel 1593 un collegio che nel 1602 fu ingrandito con l’acquisto di tre case annesse alla chiesa di Sant’Agata a Imola. Poiché la chiesa detta “vecchia” era collabente i Gesuiti decisero di riedificarla e posarono la prima pietra nel 1605, mentre nel 1606 fecero la consacrazione dell’altare maggiore.

La Compagnia partecipava attivamente alla lotta contro le eresie, ma era convinta che per uscirne vincitrice tutto il popolo dovesse partecipare, e per questo sviluppò una nuova concezione dello spazio per le celebrazioni, che non fu la nascita di una nuova architettura o di un nuovo stile, ma fu lo studio di nuove funzionalità e praticità, in cui si potesse affermare un nuovo rapporto tra la gente e l’officiante e fra il popolo e Dio.

Nasce così l’architettura gesuitica, con la chiesa a navata unica, caratterizzata dalla presenza di tre elementi principali: il pulpito che nel vano unico permette al predicatore un contatto diretto con tutta l’assemblea e allo stesso tempo con l’altare maggiore per una ugual divisione fra liturgia e predicazione; il confessionale che è strumento di redenzione e viene posto ai lati della navata per facilitare l’incontro dei fedeli con il sacerdote, secondo i nuovi dettami del Concilio, che prevedeva l’intensificazione della frequenza ai sacramenti di Riconciliazione e Comunione. I Gesuiti, infatti, introdussero anche il tabernacolo, elemento nuovo, perché fino a quel tempo l’Eucarestia veniva conservata in armadi nelle sacrestie e si conferiva solo una volta all’anno. Dalle sacrestie il tabernacolo passerà ai muri del presbiterio, al coro e infine verrà posto sull’altare maggiore.

Nelle chiese gesuitiche non vi fu più il coro, perché  Ignazio chiamerà la sede “casa e non più monastero, per cui non esisterà più il chiostro, ma si parlerà solo di cortile, attorno al quale si sviluppa la casa, ovvero il collegio, in stretto collegamento con la chiesa. Al posto del coro i Gesuiti inventarono i coretti: per mezzo di questi non occorreva più lasciare il convento per entrare in chiesa a pregare, ma la chiesa stessa si dilata nello spazio circostante per diventare luogo di preghiera.

Con queste novità della Compagnia di Gesù la predicazione per le strade verrà sempre meno praticata.

La chiesa con unica navata che si dilata vicino al presbiterio in una sorta di corto transetto, doveva però avere cappelle laterali dall’una e dall’altra parte e doveva essere ben proporzionata.

Così i Gesuiti hanno le LORO chiese, che si distinguono anche per la presenza del loro emblema, cioè il simbolo IHS, che per alcuni deriverebbe dal greco e sarebbero le prime tre lettere della parola greca IHSUS, spesso associata alla sigla XPS, che sta per Christos. Per altri sarebbe un acronimo latino che significherebbe “IESUS HOMINUM SALVATOR”.

                                                                  

In questa chiesa l’emblema gesuitico compare molte volte: scolpito nel portone ligneo d’ingresso alla chiesa, nella balaustra della cantoria, nella cornice in stucco dei coretti, sul pulpito e alla sommità dell’altare laterale di Sant’Ignazio di Loyola. In tutti casi è sormontato dalla croce e compaiono anche i chiodi.

Così le chiese gesuite si riconoscono per lo stile corinzio dei capitelli  e del cornicione, per le lesene, talvolta binate come nella chiesa del Gesù a Roma, per le cappelle laterali ricavate nello spessore dei muri e con la volta a botte, riecheggiante gli archi di trionfo, per i confessionali lignei intagliati e incastonati nelle pareti, per le volte a vela della copertura.  Rispetto alla chiesa romana del Gesù, o a quella milanese di San fedele, entrambe dei Gesuiti, nella chiesa di Sant’Agata a Imola mancano la cupola sopra il transetto e l’abside semicircolare, a cui i Gesuiti imolesi avevano dovuto rinunciare probabilmente per questioni di spazio. Tipici delle chiese gesuitiche sono anche i marmi verdi e gialli, l’oro e gli angioletti copiosi sopra gli altari e nelle sacre immagini, e la luce, affinché nel tempio del Signore si vedesse la sua gloria.

Caratteristica è anche la corrispondenza, perché posti frontalmente,  fra l’altare dedicato al fondatore e quello di San Francesco Saverio, il quale faceva parte del gruppo di giovani che Ignazio stesso formò a Parigi e che fece parte del primo nucleo della Compagnia.

In clima di controriforma (concilio di Trento 1545-1563), poi, i Gesuiti, in opposizione ai Protestanti che accusavano la Chiesa di idolatria, difendono l’importanza delle immagini sacre e del culto loro attribuito specialmente per i Santi. L’immagine diventa per i Gesuiti “oggetto primo di culto”, che viene concretizzato con la costruzione degli altari secondari laterali.

Nella chiesa di Sant’Agata a Imola le due cappelle laterali centrali, dedicate rispettivamente al Sacro Cuore di Gesù e di Maria, risalgono al 1963, quando l’allora parroco don Orfeo Giacomelli le fece ristrutturare per soddisfare le richieste di un benefattore. Quella destra ospitava i dipinti di Sant’Agostino e di Teresa d’Avila del Bolognini (ora entrambi a sinistra) perché l’altare era stato fondato da Agostino Troni, la cui moglie si chiamava Teresa. Era usanza diffusa commissionare dipinti di santi portanti il proprio nome, perché era come acquistarne la protezione.

Il Sant’Agostino è raffigurato, secondo l’iconografia classica, in abiti vescovili con mitra e pastorale, che qui è retto dagli angioletti. La linea chiara in basso sembrerebbe l’orizzonte, quindi la scena sarebbe quella della “visione di S. Agostino”, raffigurato in piedi su una roccia; talvolta seduto. L’episodio della vita del Santo riferisce di quando egli si trovava a passeggiare sulla riva del mare meditando sulla Trinità e si imbatté in un bambino (che poi era Gesù) che scavava un buco nella sabbia per poi riempirlo d’acqua con una conchiglia; quando Agostino gli fece notare l’inutilità di quel gesto, il Bimbo rispose che era non meno utile della sua meditazione. Spesso il Bambino è raffigurato come un angioletto, mentre in cielo compaiono angeli e talvolta la Vergine o Santa Monica (la madre di Agostino). Qui i toni scuri del fondo fanno risaltare la figura del Santo alla luce della visione.

Santa Teresa D’Avila che in natura era una donna corpulenta e con tratti somatici grossolani, come si può vedere in alcuni ritratti autentici, è qui idealizzata e raffigurata con l’abito carmelitano nella scena tratta da uno dei suoi scritti in cui racconta la visione di un angelo che le affonda nel petto un lungo dardo dalla punta ardente: è la simbolica instillazione dell’amor dei. Questo episodio della vita della Santa fu citato anche nella bolla papale del 1622 della sua canonizzazione e divenne la sua raffigurazione iconografica più diffusa nel ‘600.

Anche questo dipinto è realizzato con colori molto scuri, per concentrare l’attenzione sull’unico punto colpito dalla luce, ovvero il viso della Santa e l’angelo con il dardo. Da non trascurare il giglio che la Santa tiene nella mano sinistra, anch’esso lambito dalla luce, simbolo di purezza e attributo delle Sante vergini.

Altro quadro interessante all’interno della chiesa di Sant’Agata a Imola è la Presentazione di Gesù al tempio, ancora dipinto da Giacomo Bolognini (pittore bolognese 1664-1734). Il pittore segue l’iconografia classica in cui Maria porta Gesù al tempio, atto con il quale il primogenito veniva consacrato al Signore, e là c’è Simeone, ormai vecchio ma uomo molto pio, a cui era stato rivelato che non sarebbe morto senza aver visto il Messia. Così quando prese tra le braccia il Bambino disse: “Ora lascia o Signore che il tuo servo vada in pace…“, parole che recitiamo nella preghiera della compieta alla sera. Nella stessa occasione Simeone predirà a Maria che a causa di suo figlio avrebbe avuto l’anima trafitta da una spada. Nell’iconografia, a partire dal XIV secolo, Simeone è vestito con paramenti sacerdotali ed è solitamente identificato con il sommo sacerdote. Qui Simeone è nell’atto di restituire alla madre il Bambino che egli chiama “luce per illuminare le genti“; per questo, di solito, i protagonisti della scena reggono ciascuno un cero, in ricordo della candelora, a cui venne associata la presentazione di Gesù al tempio, che era una processione purificatrice che veniva fatta con grossi ceri durante il rito della purificazione della puerpera (descritto nel levitico, 12). A prima vista potremmo pensare che il pittore si sia preso la libertà di non rispettare l’iconografia di questo episodio della vita di Gesù, perché i personaggi di questa raffigurazione non portano alcuna candela. Ma osservando attentamente la composizione, possiamo notare che il pittore ha spostato i ceri nelle candele del candelabro circolare appeso in alto a sinistra. Uno dei personaggi in primo piano potrebbe essere Giuseppe, solitamente presente in questa iconografia. La scena è ambientata nel Rinascimento, come si può vedere dagli abiti dei personaggi e dalle architetture che sfumano in lontananza dando profondità al quadro.

Anche la tenda che copre la parte destra dell’arco è un espediente tipicamente cinquecentesco per creare piani prospettici dando volume alla raffigurazione.

Infine abbiamo analizzato il dipinto con La visione di Sant’Ignazio di Loyola, fondatore dei Gesuiti, posto nella terza cappella a sinistra.

Ignazio era avviato alla carriera militare, ma una brutta ferita ad una gamba lo rese zoppo e pose fine alla carriera militare. Durante la convalescenza si dedicò a letture su Cristo e i Santi e cambiò vita, facendo vita di povertà e castità e dedicandosi alla predicazione. Era di statura piuttosto piccola ma la fronte spaziosa e liscia dava autorevolezza la suo volto.

Nel dipinto della chiesa di Sant’Agata a Imola è raffigurato stempiato con capelli scuri e barba scura corta, nell’abito nero tipico dell’ordine da lui stesso fondato. Tra gli episodi della sua vita sono raffigurati i miracoli che compì, ma soprattutto la visione che ebbe alla Storta, luogo così chiamato perché lì la via Cassia ha una leggera flessione. Durante il suo viaggio a Roma con due compagni, preso dalla paura per i pericoli che avrebbe potuto incontrare in città, chiedeva Maria di metterlo con il suo Figlio; mentre sta pregando davanti a una cappelletta ai margini della strada, inginocchiato sui gradini, gli appare la figura di Cristo con la croce sulle spalle. E fu proprio questa visione (scrive lo stesso Ignazio) che gli suggerì di intitolare a Gesù il nuovo ordine. A terra è appoggiato il bastone del pellegrino, perché i Gesuiti predicarono e si diffusero in tutto il mondo. 

Nella parte superiore del dipinto è raffigurata la Trinità con lo Spirito Santo indicato dalla colomba al centro. Il concetto della trinità è suggerito anche dal triangolo ideale formato dalla colomba al vertice  e da Cristo e Dio che in posizione obliqua formano i lati, oppure dal triangolo tracciato dagli angioletti tra le nuvole. In alto, sorretto da Dio e da un angioletto, vi è il globo terrestre sormontato dalla croce, simbolo di Cristo Salvator Mundi. Ma nelle raffigurazioni gesuitiche il globo terrestre rimanda alla creazione e al tempio, cioè la chiesa, perché “la ragion d’essere di ognuno degli oggetti del tempio è imitare e raffigurare il cosmo”, espressione di Dio; quindi la chiesa è per i Gesuiti forma e immagine dell’intero mondo, e per questo è adornata riccamente con temi floreali nei voltoni, nei capitelli (chiesa del Gesù a Roma molto più sfarzosa con queste cose). Per questo qui il globo è verde come i marmi della chiesa.

 

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