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Marmorino e stucchi: il restauro della Galleria Barocca a Forlì

Con marmorino e stucchi la galleria barocca di Palazzo Rosetti Petrucci ora Fabbri a Forlì è un ambiente molto particolare e affascinante che, proprio per questo, pur essendo un vano di passaggio, diviene il fulcro di tutto l’appartamento del piano nobile dell’edificio. 

Fui chiamata dal proprietario, un ingegnere vecchio stampo, per fare un preventivo per il restauro, forse più per accontentare un conoscente comune che per vero e proprio interesse, ma già da quel primo incontro scattò qualcosa: una cordialità squisita e una stima reciproca che fecero maturare un’intesa intellettuale imprevedibile.

Così poco tempo dopo diedi inizio al restauro della galleria barocca, che cominciai a chiamare “il mio appartamento”, perché, giorno dopo giorno, vi rimasi per lungo tempo, diventando una “di famiglia”.

Infatti la signora Laura, moglie dell’ingegnere, mi offriva il caffè a metà mattina e dopo pranzo, e qualche volta lo prendevamo insieme e chiacchieravamo del lavoro, ma soprattutto di cose di casa e di famiglia, e fu così che diventammo amiche, nonostante la grande differenza di età (i suoi figli avevano la mia età, circa). 

Cercò sempre di non farmi pesare che la polvere che facevo descialbando gli stucchi e il marmorino policromo della galleria si spargeva impercettibilmente per tutta la casa, nonostante i nylon e le porte sempre chiuse; in quella casa arredata con mobili antichi, quadri, suppellettili preziose, che, ripensandoci, mi metteva proprio soggezione e che loro, invece, vivevano con molta normalità.

Nella galleria il descialbo è stato eseguito completamente a bisturi, qualche volta inumidendo la superficie per ammorbidire gli strati di tinta. 

Fin dall’inizio questo restauro mi ha dato soddisfazione, perché dalla tinta azzurrognola, ingrigita dalla polvere, emergevano il marmorino verde delle lesene, il marmorino giallo nelle cornici, e poi tornavano bianchi gli stucchi di porte, finestre e capitelli. L’antico rosa delle pareti faceva da fondo a quel tripudio di colori e forme.

Ma le sorprese non erano finite, perché restaurando i sopraporta e i soprafinestra ho ritrovato dei paesaggi, con marine sulle finestre e luoghi lacustri sulle porte, dei quali nessuno aveva memoria. I colori tenui e i tratti fini rendevano idilliaca l’atmosfera di quelle vedute, che con qualche velatura ad acquerello ripresero completezza.

Non so descrivere lo stupore e l’entusiasmo dei proprietari di fronte a questa novità, che aveva il sapore pieno della scoperta.

Ad acquerello ho eseguito anche le velature nel marmorino, che, in questo modo, ha mantenuto l’originale freschezza e trasparenza.

Un discorso a parte meritano le decorazioni delle tre porte murate, che sin dall’origine non davano accesso ad alcun vano, ma servivano per dare ritmo alle decorazioni in stucco nel susseguirsi di lesene e spazi per le porte, o le finestre nella parete opposta.

Le cornici delle porte, murate e non, potrebbero sembrare un po’ anomale stilisticamente, perché sono con modanature poco aggettanti e con i contorni squadrati, piuttosto che curvilinei come vorrebbe lo stile barocco.

Sembrerebbero cinquecentesche, e ciò potrebbe essere plausibile se pensiamo che la famiglia Rosetti aveva abitato l’edificio fin dai primi anni del XVI secolo. Sull’impianto cinquecentesco della galleria potrebbero aver inserito gli stucchi e i paesaggi quando, nel Settecento, un prelato dell’Inquisizione appartenente alla famiglia, abitando nel palazzo, fece eseguire numerosi lavori di abbellimento.

Anche la tenda raffigurata nelle porte è un elemento compositivo cinquecentesco che nei secoli successivi non fu più usato, ma il cui utilizzo è testimoniato da quadri e da maioliche. Queste ultime erano prodotte spesso per occasioni speciali e, essendo  la maiolica una tecnica artistica fra le più immediate e di utilizzo quotidiano, rispecchiavano più direttamente il gusto del tempo. La tenda faceva da sfondo, come una quinta teatrale.

La tecnica usata per la realizzazione dei dipinti delle finte porte  è particolare, perché non è quella dell’affresco, nonostante le assomigli molto, ed ha il colore di grosso spessore e steso su una preparazione rossa. La tecnica potrebbe essere quella dell’olio su muro, che il Vasari descrive parlando dell’operato di Sebastiano del Piombo, il quale, per preparare una pittura su muro, “…faceva l’arricciato grosso… faceva poi spianare con mescola di calcina fatta rossa…”. questa fu, però, una tecnica generalmente poco diffusa.

Non sono state fatte analisi chimiche, ma il colore delle nostre porte potrebbe essere a olio, perché ha pennellata corposa, è lucido e si è rivelato molto resistente all’acqua.

La differenza stilistica  e materica con i paesaggi degli stucchi fa pensare che i dipinti siano effettivamente di due epoche diverse. 

Dopo il restauro la galleria barocca è tornata alle sue forme originarie, che la luce delle finestre esalta nel connubio con i colori caldi delle superfici architettoniche.

La Chiesa di Meleto

Stucchi nella Chiesa di Meleto (RN): il restauro

  1. INFORMAZIONI GENERALI SUL RESTAURO DEGLI STUCCHI

Nella chiesa di Meleto si conservano stucchi settecenteschi, risalenti all’origine della chiesa stessa.

Essa sorge nell’antico borgo di Meleto, nel Comune di Saludecio, in provincia di Rimini, in posizione panoramica.

Gli stucchi furono restaurati tra giugno e luglio 2006, in concomitanza con i lavori di ristrutturazione dell’intero edificio, commissionati e diretti dalla Soprintendenza per i Beni Ambientali e architettonici di Ravenna nelle persone dell’Architetto Valter Piazza e della dottoressa Cettina Muscolino.

Gli stucchi restaurati comprendono capitelli, cornici, lesene e altare.

Gli operatori del restauro erano Loredana Di Marzio e Isabella Rivola, della ditta di restauro LA FENICE di Imola.

 

  1. STATO DI CONSERVAZIONE PRIMA DEL RESTAURO

CAPITELLI, CORNICI E LESENE: tutti gli elementi erano in precarie condizioni di conservazione per la presenza di ridipinture e di incrostazioni calcaree dovute alle infiltrazioni d’acqua piovana, che avevano anche causato la caduta di voluminosi blocchi delle cornici, producendo estese lacune negli elementi decorativi.

In numerose zone si notavano distacchi dello stucco di finitura dall’intonaco sottostante, che era a sua volta molto friabile. Numerose crepe si erano formate anche nei capitelli soprattutto in corrispondenza delle parti più aggettanti del modellato.

La fascia più larga del cornicione (fregio) era stata ridipinta di rosso nella zona del presbiterio, e di nocciola nel resto della chiesa.

Il cornicione, che in origine correva lungo tutto il perimetro della chiesa, era completamente mancante lungo il lato destro, mentre era presente con solo una sottile cornice nel lato sinistro. Più integro era invece negli angoli in corrispondenza dei capitelli delle lesene. Queste ultime  non arrivavano più fino a terra, fatta eccezione per quelle dell’abside, e presentavano numerosi rigonfiamenti dell’intonaco. Il loro avanzato stato di  degrado è dovuto anche al modo in cui sono state realizzate; infatti i mattoni, usati per creare l’aggetto dalla parete, non sono incrociati con quelli della parete, ma semplicemente appoggiati ad essa, così che si sono facilmente isolati dal paramento murario, distaccandosi.

La cornice della finestra, di cui restano solo i due lati verticali, era stata colorata di bianco, nascondendo il giallo che la assimilava a cornicione e  capitelli.

ALTARE: anch’esso era in uno stato di degrado molto avanzato, infatti molte cornici aggettanti erano andate perdute, lasciando in vista i mattoni di cui era costituito il supporto per gli stucchi. Il colore azzurro con cui era stato ridipinto era molto dilavato e incrostato, e lasciava trasparire qualche traccia di giallo sottostante. La voluta sinistra, mancante, era stata, però, recuperata tra la terra e le macerie. Tra le cornici superstiti molte erano in fase di distacco.

Sul lato posteriore era ben evidente l’umidità di risalita, che impregnava la muratura, causando il deterioramento degli stucchi delle decorazioni. Nel centro, attorno alla croce, si potevano notare due strati di ridipintura: quello azzurro superficiale ed uno sottostante rosso.

 

  1. RESTAURO ESEGUITO

CAPITELLI, CORNICI E LESENE: il restauro è cominciato con il fissaggio preliminare delle porzioni di cornici e capitelli che erano molto staccate e rischiavano di cadere. È proseguito con la pulitura di tutte le superfici, eseguita con una soluzione di acqua e aceto in bassa concentrazione, per rimuovere lo sporco e le incrostazioni calcaree. In alcune zone è stato necessario intervenire anche meccanicamente con il bisturi per asportare i sedimenti più compatti e le ridipinture. Quindi è stato eseguito il consolidamento degli stucchi in tutte le crepe e le zone in cui si rilevavano dei distacchi, comprese le lesene, praticando iniezioni di resina acrilica in acqua al 30%. E’ stato consolidato anche tutto l’intonaco sopra le cornici, cioè in quello spessore in cui lo stucco non arrivava perché dal basso non sarebbe mai stato visibile, ma che costituiva il riempimento per l’aggetto della cornice stessa. Esso, anche dopo la pulitura, risultava polveroso e molto friabile, così è stato impregnato con una soluzione acquosa al 5% di resina acrilica data a pennello.

A questo punto si poneva il problema del risarcimento delle lacune: poiché alcune cornici mancavano quasi interamente, si è deciso, in accordo con il direttore  dei  lavori, di non integrarle, mentre si è stabilito di intervenire nelle piccole mancanze per dare continuità alle cornici rimaste. La fase di stuccatura delle piccole e medie lacune è stata eseguita con stucco bianco in polvere, a grana fine, preparato al momento, mentre per la stuccatura delle lacune più ampie in cui affioravano i mattoni è stato usato un impasto con granulometria maggiore. Prendendo come riferimento l’intonaco originario, in vista in alcune zone, è stata preparata una malta costituita da polvere di marmo gialla, sabbia fine e calce, opportunamente mescolate (2 : 1 : 1) per ottenere un impasto dello stesso colore beige dell’intonaco originario.

Infine è stato eseguito il ritocco pittorico di cornici e  capitelli, realizzando una velatura biancastra di colore a calce; del fregio e  della specchiatura dei capitelli con una velatura a calce gialla, mentre le lesene sono state tinteggiate con velature di colore a calce giallo, il cui tono è stato identificato in  base al colore esistente, stese a pennello per creare un effetto di superficie  “mossa”. I basamenti delle lesene, ove esistenti, sono stati velati con colore a calce bianco addizionato con resina acrilica in acqua per conferire maggiore resistenza alla pellicola pittorica, trovandosi su elementi vicino a terra  e perciò maggiormente soggetti a usura.

ALTARE: per prima cosa è stata eseguita una prova di pulitura per capire quale fosse la cromia originaria e poter impostare le successive fasi di pulitura e ritocco; sotto l’azzurro era ancora esistente l’originario colore giallo, molto brillante e dato a spessore, quasi a impasto, secondo una tecnica tipica della realizzazione degli stucchi nel ‘700.

Dopo una fase preliminare di consolidamento delle parti pericolanti, si è proseguito con la pulitura delle cornici e dei fondi  e con il mon

taggio della voluta sinistra. Per questa operazione le due superfici da unire sono state bagnate con acqua e resina, poi vi è stato steso un sottile strato di malta e le due parti sono state fatte combaciare. Per dare maggiore resistenza all’ancoraggio sono stati preventivamente inseriti (senza forare l’esterno della voluta) due perni in acciaio inossidabile.

Sono state poi eseguite le stuccature integrando le piccole lacune delle cornici; sono stati  ricostruiti solo il tondo centrale e i riccioli mancanti delle volute, la cui interruzione avrebbe disturbato la visione d’insieme dell’altare.  Come nel cornicione, sopra le lesene i mattoni sono stati coperti con malta tonalizzata che ha anche consentito di ricostruire la forma dell’altare, lasciando neutro il rifacimento.

Infine tutte le superfici sono state ritoccate con velature a calce, date bianche sulle cornici, gialle sui fondi e rossicce nelle sottili modanature e nei ricci delle volute. Questo colore giallo-rosso voleva sicuramente imitare la doratura.

Il retro dell’altare e la mensa sono stati colorati con la stessa tinta  delle pareti della chiesa, data sopra la rasatura a intonaco deumidificante eseguita dai muratori.

Il restauro eseguito è stato in ogni elemento di tipo conservativo, ma ha ridato agli stucchi e alla chiesa di Meleto una parte dell’antico splendore, per una nuova fruibilità degli spazi interni, ma anche esterni, nell’ambito del progetto di riqualificazione del borgo.